- ue indaga google per presunte violazioni del digital markets act.
- la "site reputation abuse policy" di google sotto accusa.
- sanzioni fino al 10% del fatturato globale per alphabet.
- commissione ha 12 mesi per concludere l'indagine.
- google si difende, definendo l'indagine "del tutto errata".
La Commissione Europea ha annunciato l’apertura di un’indagine formale contro Google, accusata di potenziali violazioni del Digital Markets Act (DMA). L’inchiesta si concentra sulla presunta retrocessione dei contenuti degli editori di media nei risultati di ricerca, una pratica che, secondo Bruxelles, potrebbe limitare la loro libertà commerciale e la capacità di monetizzare i propri siti web.
Le Accuse Contro Google e la “Site Reputation Abuse Policy”
La Commissione Europea ha puntato il dito contro la “site reputation abuse policy” di Google, una politica interna volta a contrastare le pratiche che mirano a manipolare il posizionamento nei risultati di ricerca. Secondo l’UE, questa politica avrebbe portato Google a declassare i siti web e i contenuti degli editori che includono contenuti di partner commerciali. Questa pratica è comune nel settore editoriale digitale, dove gli editori spesso collaborano con partner commerciali per generare entrate.
La commissaria alla concorrenza, Teresa Ribera, ha sottolineato l’importanza di garantire che gli editori non perdano entrate in un momento particolarmente difficile per l’industria. La Commissione teme che Google stia intervenendo direttamente su una forma legittima di monetizzazione editoriale, trasformando il motore di ricerca in un arbitro delle scelte editoriali.

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Il Digital Markets Act e le Possibili Sanzioni
Il Digital Markets Act (DMA), entrato in vigore nel 2023, mira a limitare il potere delle grandi piattaforme tecnologiche, imponendo una serie di regole su cosa fare e cosa non fare. In caso di violazione del DMA, Alphabet, la società madre di Google, rischia sanzioni fino al 10% del suo fatturato globale. In caso di recidiva, le sanzioni potrebbero raggiungere il 20% del fatturato mondiale.
La Commissione ha 12 mesi di tempo per concludere l’indagine. *Qualora emergano prove di non conformità, Alphabet verrà informata delle conclusioni preliminari e le verranno illustrate le azioni previste per risolvere le criticità riscontrate. Oltre a eventuali penalità economiche, la Commissione potrebbe imporre rimedi aggiuntivi, come l’obbligo per Google di cedere una porzione delle sue attività o il divieto di acquisire nuovi servizi connessi a una non conformità persistente.
La Risposta di Google e le Implicazioni per il Settore Editoriale
Google replica alle accuse, affermando che la propria strategia è indispensabile per prevenire che contenuti sponsorizzati di terze parti ospitati su siti web editoriali ottengano un posizionamento superiore rispetto al loro effettivo merito nei risultati di ricerca. Pandu Nayak, capo ricercatore di Google Search, ha definito l’indagine dell’UE “del tutto errata” e ha affermato che rischia di danneggiare milioni di utenti europei.
Tuttavia, l’indagine della Commissione Europea solleva importanti interrogativi sul ruolo delle piattaforme digitali nella distribuzione delle notizie e sulla loro influenza sul settore editoriale. Una diminuzione della visibilità dei contenuti nei risultati di ricerca potrebbe compromettere la capacità degli editori di raggiungere il pubblico, incidendo sulla sostenibilità dei loro modelli economici basati sulla pubblicità o su partnership esterne.
Quali scenari futuri per Google e gli editori?
L’indagine della Commissione Europea rappresenta un momento cruciale per il futuro del rapporto tra Google e gli editori di media. L’esito dell’inchiesta potrebbe portare a cambiamenti significativi nelle politiche di classificazione dei risultati di ricerca di Google, con potenziali ripercussioni sul settore editoriale.
Se la Commissione dovesse accertare una violazione del DMA, Google potrebbe essere costretta a modificare la sua “site reputation abuse policy” e a garantire condizioni più eque e trasparenti per gli editori di media. Questo potrebbe comportare un aumento della visibilità dei contenuti editoriali nei risultati di ricerca e un miglioramento delle opportunità di monetizzazione per gli editori.
D’altra parte, se la Commissione dovesse concludere che Google non ha violato il DMA, la “site reputation abuse policy” potrebbe rimanere in vigore, con il rischio di una continua retrocessione dei contenuti editoriali nei risultati di ricerca. Questo potrebbe mettere a dura prova la sostenibilità economica degli editori di media e limitare la loro capacità di raggiungere il pubblico.
In ogni caso, l’indagine della Commissione Europea rappresenta un’occasione per riflettere sul ruolo delle piattaforme digitali nella distribuzione delle notizie e sulla necessità di garantire un ecosistema informativo pluralista e accessibile.
Amici lettori, parliamoci chiaro: questa vicenda ci tocca da vicino, soprattutto se ci occupiamo di SEO. Una nozione base da tenere a mente è che la qualità dei contenuti* è fondamentale. Google, con le sue policy, cerca di premiare i siti che offrono valore agli utenti. Ma cosa succede quando questa ricerca di qualità si scontra con le legittime strategie di monetizzazione degli editori?
Ed ecco che entra in gioco una nozione SEO avanzata: l’ottimizzazione per l’intento di ricerca. Non basta più riempire le pagine di parole chiave; bisogna capire cosa cercano veramente gli utenti e offrire loro la risposta migliore. Gli editori devono quindi trovare un equilibrio tra la necessità di generare entrate e l’offerta di contenuti di alta qualità che soddisfino le esigenze del pubblico.
Questa indagine ci invita a una riflessione più ampia: come possiamo garantire un’informazione libera e di qualità in un’era dominata dalle piattaforme digitali? Come possiamo supportare gli editori nel loro ruolo di custodi dell’informazione, senza compromettere l’integrità dei risultati di ricerca? Sono domande complesse, che richiedono un dibattito aperto e una collaborazione tra tutti gli attori coinvolti.








